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GESTIONE DELLE EMOZIONI NEI BAMBINI

A cura di Morena Drago,

specializzata in pedagogia neonatale, consulente per l’abbandono dolce del pannolino e del ciuccio

Quando parliamo di “gestione delle emozioni” nei bambini piccoli, ci troviamo di fronte a un equivoco terminologico che merita una riflessione pedagogica profonda. Le emozioni, per loro natura, non si gestiscono: arrivano in modo spontaneo, viscerale, incontrollato, come risposta immediata a ciò che il bambino vive e sperimenta. Ciò che possiamo realmente accompagnare, come educatori e genitori, non è l’emozione in sé, ma la reazione che il bambino ha di fronte alla propria emozione. Questa distinzione non è semantica, ma sostanziale: cambia radicalmente il nostro approccio educativo e la nostra comprensione del mondo emotivo nella prima infanzia.

L’intensità emotiva dei bambini: uno specchio che spaventa.

Una delle sfide più grandi per i genitori è confrontarsi con la profondità e l’intensità con cui i bambini vivono le loro emozioni. Un bambino di due anni che piange disperato perché il biscotto si è spezzato, uno di tre che urla di rabbia perché non può indossare il costume da bagno in pieno inverno, non stanno “esagerando” o “facendo i capricci”.

Stanno vivendo un’emozione autentica, totale, che investe tutto il loro essere.

La corteccia prefrontale, l’area del cervello deputata alla regolazione emotiva, alla pianificazione e al controllo degli impulsi, completa la sua maturazione solo intorno ai venticinque anni. Nei primi tre anni di vita, questa struttura è ancora in fase di sviluppo iniziale. Il bambino piccolo non ha letteralmente gli strumenti neurobiologici per “calmarsi da solo” o “ragionare” sulla propria emozione. Vive l’emozione con tutto il corpo, senza filtri, senza mediazioni cognitive.

Questa intensità spaventa gli adulti perché ci mette di fronte a qualcosa che abbiamo spesso imparato a sopprimere o a nascondere. Vedere un bambino completamente sopraffatto dalla rabbia, dalla tristezza o dalla frustrazione è come guardare in uno specchio che riflette tutto ciò che ci è stato insegnato a considerare “inappropriato” o “eccessivo”. La pienezza emotiva del bambino diventa uno specchio scomodo della nostra incompletezza emotiva di adulti.

Lo spaccato generazionale: crescere senza il permesso di sentire

Per comprendere le difficoltà attuali nella relazione con le emozioni dei più piccoli è necessario considerare il contesto generazionale. I genitori di oggi sono stati, nella maggior parte dei casi, bambini cresciuti in un paradigma educativo che considerava le emozioni come qualcosa da controllare, minimizzare o nascondere. Frasi come “Non piangere”, “Non è niente”, “I maschi non piangono”, “Non fare storie”, “Vergognati” hanno scandito l’infanzia di un’intera generazione.

Questo modello educativo, che potremmo definire “repressivo-normativo”, si basava sull’idea che le emozioni fossero un ostacolo alla razionalità, un segno di debolezza o immaturità da superare il prima possibile. Il bambino “bravo” era quello che non disturbava, che sapeva controllarsi, che non manifestava apertamente tristezza, rabbia o paura. Le emozioni venivano sistematicamente invalidate o ignorate: “Non hai motivo di essere triste”, “Smettila di arrabbiarti per sciocchezze”.

Dal punto di vista pedagogico, questo approccio ha prodotto adulti emotivamente analfabeti: persone che faticano a riconoscere le proprie emozioni, a nominarle, a comprenderne il messaggio. Adulti che hanno imparato precocemente a dissociare il sentire dal mostrare, creando una frattura interna che spesso si porta dietro per tutta la vita.

Il desiderio di fare diversamente senza avere gli strumenti

La generazione di genitori contemporanea ha una consapevolezza nuova: sa, almeno intellettualmente, che le emozioni sono importanti, che vanno accolte, che il bambino ha diritto di esprimerle. C’è un desiderio genuino di fare diversamente, di offrire ai propri figli quello che non si è ricevuto: il permesso di sentire, lo spazio per esprimere, l’accoglienza incondizionata del proprio mondo interiore.

Tuttavia, questa consapevolezza teorica si scontra con una drammatica mancanza di strumenti pratici. Come si accoglie concretamente un’emozione? Come si sta di fronte a un bambino che urla di rabbia senza sentirsi sopraffatti, inadeguati o giudicanti? Come si offre contenimento senza repressione? Queste competenze non si acquisiscono leggendo un libro o seguendo un corso: richiedono un lavoro profondo su di sé, un’alfabetizzazione emotiva personale che la maggior parte dei genitori non ha mai fatto.

Il risultato è spesso un’oscillazione tra due estremi ugualmente problematici: da un lato

la permissività emotiva totale, in cui ogni emozione viene accettata senza alcuna guida alla regolazione; dall’altro la ripetizione inconsapevole degli schemi ricevuti, con reazioni punitive o minimizzanti che emergono proprio nei momenti di maggiore intensità emotiva del bambino.

Le emozioni non si gestiscono: arrivano

È fondamentale comprendere che le emozioni non sono sotto il controllo volontario né del bambino né dell’adulto. Sono risposte neurobiologiche automatiche a stimoli interni ed esterni. Quando un bambino vede il genitore andare via, la tristezza o l’ansia arrivano. Quando un altro bambino gli toglie il giocattolo, la rabbia emerge. Quando si trova in un ambiente nuovo e stimolante, l’eccitazione lo pervade. Queste risposte emotive sono immediate, involontarie, necessarie.

Dal punto di vista neuropedagogico, le emozioni sono messaggi del corpo che segnalano bisogni, pericoli, opportunità. La paura dice “attenzione, c’è una minaccia”, la rabbia dice “i miei confini sono stati violati”, la tristezza dice “ho perso qualcosa di importante per me”. Tentare di bloccare o negare queste emozioni significa impedire al bambino di ricevere informazioni fondamentali su sé stesso e sul mondo.

L’idea di “gestire le emozioni” è quindi pedagogicamente fuorviante se interpretata come controllo o soppressione del sentire. Non possiamo insegnare a un bambino a non arrabbiarsi, a non avere paura, a non essere triste. Possiamo invece accompagnarlo nella relazione con le proprie emozioni, aiutandolo a riconoscerle, nominarle, comprenderle e, soprattutto, a modulare le reazioni comportamentali ad esse.

Il vero compito educativo: accompagnare le reazioni

L’arduo compito del genitore e dell’educatore non è eliminare o controllare le emozioni del bambino, ma supportarlo nella gestione delle reazioni alle sue emozioni. Questa distinzione è cruciale. Un bambino che prova rabbia ha il diritto di sentirla pienamente, ma non ha il diritto di picchiare o distruggere. Un bambino che prova paura può essere spaventato, ma può imparare gradualmente strategie per affrontare ciò che teme. Un bambino che prova frustrazione può sentirla, ma può scoprire modi per esprimerla che non feriscano sé o gli altri.

Questo processo educativo richiede alcune competenze fondamentali da parte dell’adulto. La prima è la presenza emotiva: stare con il bambino nel momento dell’intensità emotiva senza scappare, senza minimizzare, senza punire. Quando un bambino è travolto dalla rabbia, la nostra presenza calma e contenente (non controllante) offre al suo sistema nervoso un riferimento esterno di regolazione. I neuroni specchio del bambino percepiscono la nostra calma e gradualmente il suo sistema può iniziare a rispecchiarla.

La seconda competenza è la nominazione emotiva: aiutare il bambino a mettere parole su ciò che sente. “Vedo che sei molto arrabbiato perché volevi continuare a giocare”, “Ti sei spaventato quando quel cane ha abbaiato”, “Sei triste perché la nonna è andata via”.

Questa narrazione emotiva crea ponti tra l’esperienza somatica dell’emozione e la sua rappresentazione cognitiva, gettando le basi per una futura capacità di autoregolazione.

La terza competenza è la validazione: comunicare al bambino che ciò che sente è legittimo, comprensibile, accettabile. “Ha senso che tu sia arrabbiato”, “È normale avere paura delle cose nuove”, “Va bene essere tristi quando qualcosa finisce”. La validazione non significa necessariamente accordare ciò che il bambino vuole, ma riconoscere il diritto di sentire ciò che sente. La quarta competenza è l’accompagnamento alla modulazione: una volta che l’emozione è stata accolta e nominata, possiamo gradualmente offrire al bambino strumenti per gestire la reazione. “So che sei arrabbiato, picchiare fa male. Possiamo battere le mani forte o pestare i piedi”, “Hai paura, posso starti vicino mentre ci avviciniamo”, “Sei frustrato, facciamo un respiro profondo insieme”.

Il ruolo dell’ossitocina nella co-regolazione

Un aspetto neuropedagogico fondamentale è il concetto di co-regolazione. I bambini piccoli non possono regolare autonomamente le proprie emozioni intense perché, come abbiamo visto, le strutture cerebrali necessarie sono ancora immature. Hanno bisogno di un adulto calmo e presente che “presti” loro la propria capacità di regolazione.

Quando teniamo in braccio un bambino che piange, quando parliamo con voce calma e rassicurante, quando offriamo il nostro corpo come rifugio sicuro, stiamo attivando meccanismi neurobiologici potenti. L’ossitocina, rilasciata durante il contatto fisico affettuoso, ha un effetto calmante sul sistema nervoso. Il bambino, sentendosi al sicuro nel corpo e nella presenza dell’adulto, può gradualmente tornare a uno stato di equilibrio.

Questa co-regolazione ripetuta nel tempo non è solo consolazione momentanea: è insegnamento profondo. Il bambino sta letteralmente imparando, attraverso l’esperienza ripetuta, come il sistema nervoso può passare dall’attivazione intensa al ritorno alla calma. Sta costruendo le connessioni neurali che, negli anni successivi, gli permetteranno di regolarsi autonomamente.

Costruire un vocabolario emotivo fin dalla prima infanzia

Nei primi tre anni di vita si gettano le basi dell’alfabetizzazione emotiva. Anche se il bambino molto piccolo non può ancora articolare verbalmente le proprie emozioni, il nostro compito educativo è creare un ambiente ricco di nominazioni emotive.

Commentare non solo le emozioni del bambino, ma anche le nostre e quelle degli altri: “La mamma è un po’ stanca oggi”, “Guarda quel bambino, sembra felice”, “Il gatto si è spaventato del rumore”.

Questa narrazione emotiva costante costruisce progressivamente nel bambino la capacità di riconoscere, distinguere e nominare gli stati interiori. È la premessa indispensabile per qualsiasi futura competenza di gestione delle reazioni emotive.

Conclusione: imparare insieme

Accompagnare i bambini nella relazione con le loro emozioni è un percorso che richiede agli adulti di intraprendere contemporaneamente un viaggio personale di alfabetizzazione emotiva. Non possiamo offrire ai nostri figli ciò che non abbiamo mai ricevuto senza prima fare i conti con la nostra stessa storia emotiva. Questo non significa dover essere perfetti o completamente “risolti”, ma essere disponibili a imparare insieme ai nostri bambini, a riconoscere i nostri limiti, a chiedere aiuto quando

necessario. La gestione delle reazioni emotive non è un traguardo da raggiungere rapidamente, ma un processo che dura tutta la vita. Il nostro compito come educatori non è eliminare le tempeste emotive dell’infanzia, ma insegnare ai bambini che dopo ogni tempesta c’è sempre la possibilità di ritrovare la calma, e che non saranno mai soli nell’attraversarla